(this) LAND (of) MARKS

«(this) LAND (of) MARKS — The fantastic city: Ferrara» is a project on the forms of historical memory and cultural expression which are embodied by a city’s landmarks in a very broad sense — components of the urban environment reaching the rank of symbols, heritage, resources. These could be seen as actual marks to be read, as if the way the city imagine their lives were tattooed on the urban surface.
On top of that, with the chosen city being Ferrara and me being Ferrarese, this work is an exploration of my (of Mark’s) cultural identity, too. A discovery of what is not always seen of the place one lives in — beauty first — which can be found, however, in very plain sight.

Buy the Book

 
«(this) LAND (of) MARKS — La città fantastica: Ferrara» è una ricerca sul luogo come memoria storica ed espressione culturale, di cui sono portatori i “landmarks”, le componenti dell’ambiente cittadino che se ne fanno simbolo, riferimento, patrimonio, risorsa; è una visione della città come disseminata di segni (marks), come se il modo di immaginare la propria vita fosse tatuato sulla sua superficie.
In aggiunta, essendo io ferrarese, questo lavoro è anche un’esplorazione nella mia personale identità culturale (of Mark’s), andando alla scoperta di tutto ciò che non sempre si nota del luogo che si abita — bellezza in primis — ma che si trova in piena vista.

Acquista il libro

 
 

Patrocinio 
Le fotografie di Marco Zanotti che vengono presentate in questa importante pubblicazione agiscono a livello di tre diversi registri comunicativi: iconico, narrativo e documentale.
Le opere che si susseguono nelle varie pagine rappresentano, in primo luogo, una felice interrogazione sui codici e le ambiguità del linguaggio fotografico. Sappiamo che per lungo tempo la fotografia è stata letta e statuita come mera arte neutra nei confronti del soggetto rappresentato e “catturato”, dove l’occhio avrebbe semplicemente registrato volti, oggetti, luoghi e contesti senza mediarli e interpretarli. Nelle immagini di Marco Zanotti, tuttavia, si ravvisa – in linea con lo sviluppo della fotografia nel ‘900 come arte autonoma, in grado di “apparecchiare” e reinterpretare la realtà – una tensione verso la strutturazione e definizione di un linguaggio iconico stilizzato ed essenziale, che raffigura la “scena” di Ferrara inserendola in un ben preciso paradigma dello sguardo dell’autore.
Allo stesso tempo, le fotografie di Marco Zanotti costruiscono un percorso narrativo nei luoghi della nostra città: luoghi del passato e luoghi della modernità, in un andirivieni di storie e presenze suggerite ed accennate, dai monumenti alla storia al presente alla raffigurazione del futuro. Una narrazione che il lettore è invitato a decifrare e completare, fra i pieni ed i vuoti, i volumi e gli interstizi, che ogni immagine rimanda alla nostra retina.
Infine, questo volume ha un preciso valore documentale, come regesto e traccia visiva dei nostri siti del passato, delle trasformazioni urbane, architettoniche e sociali del nostro territorio: una sorta di campionario dei sedimenti e dei mutamenti della nostra comunità, al duplice livello materiale ed immateriale.
Per tali motivi, le opere di Marco Zanotti rientrano pienamente nel canone del linguaggio fotografico al suo livello di maggiore maturità artistica ed espressiva: un linguaggio allo stesso tempo ambiguo ed immediato, di lettura e reinterpretazione, che l’autore mostra di padroneggiare in modo maturo e creativo.

Massimo Maisto
Vice Sindaco di Ferrara

————————————-
Maria Vittoria Spissu, PhD

I DIAMANTI E LE PICCOLE PRESENZE
Storia di un drago scomparso, dei suoi giardini
e delle dimore da lui abitate

 
Nel libro si entra di sguincio, un inizio che sarebbe da qualcuno forse sconsigliato, un inizio in sordina. Le mura e un giardino dalla dissolvenza subito stregata.
Da tempo so che toccherà a me scrivere la presentazione del libro fantastico su Ferrara. Intanto fantastico cosa vuol dire? Mi viene subito in mente di saltare poco più avanti e andare alla visione del portale, quello della Cattedrale. Bando alle ordinate linee prospettiche, qui si guarda di sottinsù, ho la percezione di essere proprio alla portata di quelle fauci leonine. Mi sembra qui sotto di avere incautamente acchiappato una chiave di lettura non da poco, la percezione. Non certo quella abituale. Sarà dunque la percezione a condurmi. Ferrara, la città, tutto sommato la conosco bene, sarà perché di camminate e di giri in bicicletta l’autore del libro me ne ha fatti macinare parecchi. Guarda qui, guarda là. Ed io con il naso all’insù, ecco, come sotto quelle fauci leonine. Mi è pure capitato di sbarcare in stazione, di intraprendere il viale subito a destra e di riconoscere (su pronto suggerimento) i palazzoni tra porzioni di verde e di cielo che ti fan percepire chiaramente di aver messo piede in una città dove la spazialità, silenziosa, è tutto.

Ancor di più forse quando è offuscata, ed ogni centimetro va conquistato con un fendinebbia mentale chiamato a riconoscere uno spicchio, un accenno, un sottinsù. Ma a proposito, questo sottinsù, sarà mica imputabile ad un perverso input dell’autore, intenzionato a mettere a dura prova la cervicale del malcapitato osservatore? Mi ricorda la sorpresa e lo straniamento davanti a certe fotografie di Aleksandr Rodčenko, tralicci e balconi divenuti incombenti per una inclinazione ardita e pragmatica della fotocamera. Il ribaltamento, la visione di sguincio, l’isolare un leoncino tanto prominente che lo avverto bucare di qua il mio spazio, mi pare il tutto un gran regalo, che mi sottrae alla veduta di insieme, troppo stancante tutto sommato, mi porta alla ribalta selezionate epifanie, ma con una pregnanza di spirito che emerge lì da sola, fantasticamente, dal taglio, dal focus, quasi apparentemente senza intermediazioni invadenti. Eppure lo sguardo del fotografo è più che presente. Lo si intravvede in curiose e solleticanti presenze catturate in lunghe sedute: il ronzio di un macro-insetto che si solleva dal campo giallo; la scia lattiginosa di un aereo che descrive una traiettoria da cometa in un cielo diurno e ugualmente lattiginoso. Piccole e brevi presenze.

E si arriva ai colori.
Ammetto che le città e i paesaggi padani mi fanno spesso pensare al mattone, alla pietra e a nebbiose pianure. Mentre i fotografi ne sono stati frequentemente i “narratori”. Penso naturalmente al grande Luigi Ghirri. Non mi va qui di omettere il riferimento ad un maestro che è divenuto parte fondante del linguaggio congenito con cui forse da queste parti si guarda alle pianure dense di umori, quelle dei “lunatici”, sopiti o ridanciani, dipende da chi ne scrive e da chi ne ha girato le storie. Sarebbe stato troppo facile citare le nebbie delle più sgombre vedute ghirriane, qui nella Ferrara fantastica a diventare protagonista assoluta è una palude. Mefitica. Così l’autore me l’ha presentata un giorno. Mefitica? Domando. Il solito esagerato, penso.
Cosa ti aspetti da uno che usa come niente “rovente” o “è esploso”, per dire semplicemente che è venuto fuori un po’ di sole o qualcosa si è rotto. Lo ascolto. Fantastica. La pianura mefitica di un drago. Capisco ora quel bagliore sfocato in un intero angolo della foto di apertura. Quell’indefinito lattescente cielo che sbiadiva verdi arborescenze e faceva diventare pure più croccanti i mattoni in primo piano. Era un presagio, primizia di umori che avanzano. Oddìo. Là il leoncino almeno si vedeva. Qui il drago è sprofondato sotto una coltre “mefitica” di nebbia. Giallo pallido. Qui il fantastico è dietro l’angolo, il drago è sotto casa: so per certo che la fotografia è stata scattata nel parco di fronte a casa sua. Visto mille volte. Qui, ora, nella fotografia è come vederlo per la prima volta. Nella sua faccia insolita, nascosta, anzi potenziale. Perché basta un istante, basta una sovrapposizione di mondi ed ecco emergere la stessa atmosfera in cui impenna il cavallo del San Giorgio di Cosmè Tura sulle ante dell’organo (Ferrara, Museo della Cattedrale), lì sotto casa, la zucca violina è caduta per terra, deve essere caduta (manca pure lo scoiattolo, noto poi), non si vede perché qui la nebbia “mefitica” (insiste, l’aggettivo capisco che l’ha conquistato) ha invaso tutto. E allora ricapitolando, deve avere inghiottito zucca, scoiattolo, San Giorgio, il patrono, e pure lo stesso drago. Non sto tranquilla per niente. Per fortuna che in mezzo a quel parco, diventato stamattina presto una palude pestilenziale zeppa di umori, c’è un vialetto. Sono salva, almeno per ora.

Penso, comunque sia, quanta natura a Ferrara, città del Rinascimento, città dall’urbanistica eccellente. Giardini ordinati, colmi di promesse. Basta accarezzarne le chiome degli arbusti ben potati che disegnano pare all’infinito percorsi, come quelli che come vasche si possono percorrere lungo le mura. Entusiasmo puro per il plein air. Viali e vialetti. Uno scatto tutto rivolto al selciato ai ciottoli alle foglie.
Non un reportage, né un’indagine tassonomica. Per fortuna! Ma un’ideale immergersi nella verdità. Vi alberga qualcosa di malinconico ma certo non di mesto, un vagare dell’animo senza che per questo ci si abbandoni nella nostalgia di delizie verdeggianti perdute. Tutto mi ricorda Dosso a più non posso. Boschetti e giardini ricchi di ombre, vibranti e frondose, non visioni solari, ma luminismo vagante e misterioso. Non una concessione ad un qualche degrado urbano. Tutta verde e vivibile è la città. Le foto me la dicono silente, sospesa tra ben due castelli, quello robusto e crepitante del centro, quello con torretta di superfici specchianti che attrae le pulsazioni commerciali dei ferraresi in trasferta periferica.

In periferia boulevards ricoperti di un pulviscolo lucente. Qui non esiste la folla. Intendo i ferraresi, che ancora non si vedono. L’unico luogo dove d’improvviso incontriamo un po’ d’umanità è in un altro parco cittadino, alcuni gesti quotidiani tra i fusti d’alberi. Per il resto la città pare disabitata. Se non fosse per quelle micro-presenze percepite in pianura. Cautamente sono uscite allo scoperto, bandite un tempo dal posizionamento di Muse inquietanti e metafisiche su piani inclinati a produrre ombre lunghissime. La foto con il Castello (quello estense) mi ricorda così tanto una foto strepitosa di Stephen Shore, intitolata El Paso Street (El Paso, Texas, July 5, 1975). Di spalle qualcuno che attende di attraversare la strada. Visione concettuale di un luogo sottratto alle regole estetizzanti e colto nel suo imponente ordine di linee e di toni opachi. Nessuno ci viene addosso, non troviamo gallerie di gesti, espressioni urbane casuali.

Ci si parano davanti solidi che occupano tutto intero il quadrato che ci è dato vedere. Solidi convessi. L’androne di un palazzo nella prima periferia e il corpo centrale dell’acquedotto. Hanno la stessa ammaliante ed eloquente laconicità di certi ritratti di August Sander. Apparentemente rigidi, formali, ma in cui assetto e sguardi coordinano la costruzione di un catalogo di esistenze e professioni. Penso a quel solido, bello convesso, che è il ritratto di un Konditormeister (Un Pasticciere, Köln-Lindenthal, ca. 1928). Paradosso sconcertante è appunto la malìa di quei personaggi di Sander, viene fuori nonostante e forse anche grazie alle pose ordinarie e seriali, così come l’incanto che si percepisce osservando qui certi solidi urbani, i landmarks. Parola che è parte del titolo, che ci rende manifesta l’intenzione di mettere insieme luoghi impressi nella memoria collettiva e storica, emergenze urbane che è difficile eludere, ma anche paesaggi biografici. In una altalena entusiasmante tra il già visto che vedo ora per la prima volta e ciò che di personale e più segreto si annida nella visione dell’autore, la sua land of Mark’s.

Il tempo è scandito dall’orologio del palazzo delle poste. Sono le due meno venti. So che non è possibile, ma sarà forse stata scattata in un orario notturno? Il fotografo resiste alla tentazione di piazzarci dentro un qualche spezzone di vita sociale: una vecchina che ritira la pensione… non c’è, la signora fresca di bigodini neppure, il ragazzetto spedito a pagare la bolletta neppure, tutti a casa, o forse al luna park, l’unico luogo in cui vediamo muoversi i pochi superstiti (hai visto quel drago zitto zitto cos’ha combinato?). Indimenticabile il giallo delle pareti. Il giallo ritorna nella fotografia del teatro e nel fondale per il Tasso. In variazioni dorate e blu notte per la Vittoria.

Quel che mi stupisce è in effetti la varietà.
Come quando poi sfogliando si resta abbagliati dal bianco acceso della crepa nel muro (non una fenditura di Lucio Fontana, ma un ricordo forte del recente terremoto), o dal bianco corroso dei diamanti del famoso palazzo, o ancora dal grigio chiaro del Listone.
Vivida e fantastica epifania è quella, verso la chiusura del libro, dell’enorme ombra davanti ai meravigliosi affreschi di Palazzo Schifanoia. Un’ombra che nel suo profilo quasi ricorda le capigliature dei paggetti e cortigiani ivi ritratti. Presenze e oggetti trovo tra me e l’affresco, ripreso nelle tonalità calde, che raccontano di una civiltà raffinatissima, quella estense. Il mio sguardo traguarda l’uccello dipinto con il collo tutto rigirato, oltrepassando davanti a sé un leggio, un musicista che suona, una transenna mobile. Anche qui come altrove sono sollevata dalla responsabilità di agguantare ampi spazi d’insieme, mentre mi si para subito davanti un’ombra misteriosa e fantastico sulle note di un concerto quasi impercettibile, che spio da qui dietro, al riparo da quell’uccellaccio. La foto, con quell’ombra in Palazzo Schifanoia e gli accidentali ostacoli interposti alla mia visione, mi ricorda un’immagine (New York, 1966) di Lee Friedlander, dalla serie Self portrait, tutta giocata su autoritratti, specchietti retrovisori e infrangimenti continui della visione. Quel rapsodico e sconcertante ingranaggio, qui viene con leggiadria smontato e rimesso in funzione come congegno ben concertato in tutte le sue parti. I miei occhi si appoggiano su quell’ombra, mentre tutta la parete affrescata mi avvolge in una intimità inedita, dove posso dimenticare per un attimo ore e ore trascorse ad impararne codici rappresentativi, date e nomi di indimenticabili pittori. Premio finale più che gradito al termine di una infilata fantastica di tappe cittadine.